Dopo Ben di Con Riley

afterbenitlgOrmai, nella vita, ho raccolto abbastanza esperienze per poter dire, con grande serenità, che uno dei miei guilty pleasure sono le storie di vedovanza. Come suggerisce il titolo, Dopo Ben è una storia di vedovanza, e mi ha dato anche parecchie soddisfazioni. Quello che mi piace di questo sottogenere sono, infatti:

  • ricordi bellissimi e dolorosi;
  • momenti di smarrimento, meglio se accompagnati da alcol e psicofarmaci;
  • tentativi di lenire il dolore con lo stakanovismo;
  • nuove relazioni abortite dal senso di colpa e dall’incapacità di superare il lutto.

In Dopo Ben c’è tutto questo e molto altro. Ben, un milanese che sembra un napoletano, era il compagno di Theo, trentenne rampante di Seattle. Sono passati mesi da quando Ben è venuto a mancare, ma Theo, dopo quindici anni insieme, non riesce a superare la cosa. La sua vita consiste nell’andare in palestra a correre di prima mattina (!), il lavoro, e il cazzeggio su un forum prima di dormire. Ad un certo punto, una serie di eventi scatenano una reazione nell’abulico Theo: in palestra, un bonazzo, pieno di muscoli e pazienza, ci prova con lui; al lavoro, come in tutte le aziende stronze che si rispettino, si ritrova a dover licenziare una serie di colleghi e rimpiazzarli con dei giovani e vispissimi stagisti; su Internet, conosce un tipo sveglio di nome Morgan. Tutti questi eventi, con il passare dei mesi, finiranno per intrecciarsi e far superare a Theo il momento difficile.

Dopo Ben è un’ottima storia di vedovanza e ha, solo in apparenza, un grande difetto: la lentezza. Effettivamente, a una lettura superficiale, si può arrivare a pensare che trecentottanta pagine siano veramente troppe, e che duecento fossero più che sufficienti per raccontare la storia. Ma, in realtà, a lettura ultimata si capisce che la Riley ha volutamente dilatato i tempi per far calare il lettore nella monotonia e nel vuoto della vita di Theo durante il periodo del lutto, per poi far apprezzare al massimo l’ultima parte del romanzo, in cui la storia ha un’impennata stupefacente, con rivelazioni, segreti, vecchi nodi del passato che si sciolgono e tanto sesso. E poi c’è anche un viaggio in Italia. Forse, ecco, l’unica nota stonata effettiva è stata l’impressione di una traduzione un po’ troppo frettolosa e letterale. Al di là di questo piccolo neo, Dopo Ben è un buon romance, tenero e pieno di umanità.

Weird:2 Stars (2 / 5)
Queer:5 Stars (5 / 5)
Camp:2 Stars (2 / 5)
Sesso:4 Stars (4 / 5)
Fantasia:2 Stars (2 / 5)
Media:3 Stars (3 / 5)

La regina delle nevi di Michael Cunningham

la-regina-delle-nevi-212x300Che due palle.

Davvero, ma cos’è successo a Michael Cunningham? Dove è finito il talento nell’espandere momenti banali della vita quotidiana? Nel trasformare persone comuni, provinciali, in personaggi epici e umani, per i quali si provava subito empatia? Nel presentare storie credibili, solide, in cui si riesce a sentire lo scorrere impetuoso e insieme lento della vita? A leggere questo La regina delle nevi, la risposta è un gigantesco BOH.

La storia è questa: Barrett, il brillante studente che ha scelto di fare il commesso, sfigatissimo in amore, una sera, mentre sta tornando a casa, vede una luce nel cielo che lo guarda, o lo percepisce, non lo sa neanche lui — e già qua si potrebbe chiudere il libro e andare a fare qualcosa di sensato, tipo una lavatrice di colorati; a casa, nel frattempo — perché abbiamo la solita famiglia stramba e allargata — Tyler, suo fratello, cantautore di mezz’età che non ha ancora trovato il successo, è tutto uno sniff-sniff di cocaina, mentre la sua compagna, Beth, è a letto, più di là che di qua per un cancro. Poi c’è Liz, cougar a tempo pieno e saggia del gruppo — ma non abita insieme agli altri: fa parte della combriccola perché, oltre che amica di tutti, è la proprietaria del negozio di abbigliamento dove lavorano Beth e Barrett.

A me, La regina delle nevi sembra il classico raccontino buttato là che , magari per obblighi contrattuali da rispettare, è stato gonfiato per renderlo abbastanza lungo ed essere pubblicato come romanzo. Il risultato è una storia bucherellata, insulsa, in cui non c’è niente che possa suscitare il minimo interesse. Qualche banalità sulla politica americana degli anni ’00, qualche cretinata post-new age, e, su tutto, elucubrazioni mentali e digressioni assolutamente gratuite, senza senso, o meglio, con l’obiettivo non raggiunto di dare un senso di incompletezza, di ricerca a vuoto, di bilanci confusi sulla vita. I personaggi, infine, con le loro esistenze stropicciate ad arte, sono inconsistenti, fasulli e antipatici — e questa, purtroppo, è una costante di tutti gli ultimi lavori di Cunningham. Come nel precedente, ridicolo, Al limite della notte, restano dei passaggi molto belli, giri di frase eccezionali, ma l’unico effetto che sortiscono è quello, molto frustrante, di ricordarci quanto potrebbe essere bravo Cunningham.

Boh.

Weird:3 Stars (3 / 5)
Queer:3 Stars (3 / 5)
Camp:0 Stars (0 / 5)
Sesso:1 Stars (1 / 5)
Fantasia:0 Stars (0 / 5)
Media:1.4 Stars (1,4 / 5)

 

Il caso di Eddy Bellegueule di Édouard Louis

coverPubblicato a febbraio in Francia, il romanzo autobiografico di Édouard Louis è arrivato in Italia da qualche settimana, spinto dal successo in patria. Lanciato in pompa magna da Bompiani, Il caso di Eddy Bellegueule merita effettivamente i toni entusiastici da ufficio stampa. Ho l’impressione, però,  che questo romanzo non bisserà il successo francese, perché ho notato che c’è la tendenza a presentarlo come un libro sull’omofobia, il che non è falso, ma è una chiave di lettura piuttosto limitata.

Il caso di Eddy Bellegueule è un romanzo su quanto sia orribile nascere in un paesino di provincia, dove vive solo gente ignorante, povera e violenta. Il caso è un romanzo politico, perché ci ricorda che esistono ancora quelle cose astruse chiamate “classi sociali” e, in questo modo, guasta la festa a tutti quelli che pensano che, ormai, siamo tutti un’immensa borghesia, dove c’è comunque quello più borghese dell’altro, ma dove tutti hanno, in ogni caso, una casa pulita e una buona educazione.

La realtà che racconta Louis è invece quella di un sottoproletariato di campagna vispo e arcigno, completamente sordo ai progressi della società urbana. Eddy nasce e cresce in un contesto in cui essere mascolini è l’unico valore che conta, dove la mascolinità è impastata con la spacconeria, con la sporcizia e la scarsa igiene personale, con un linguaggio scurrile, con il mangiare fritto a pranzo e a cena, con l’alcolismo, con la violenza gratuita verso gli animali, le donne — sempre sottomesse, maschiliste anche loro fino al midollo —, gli handicappati e, soprattutto, verso i peggiori di tutti, cioè quei maschi che sembrano rifiutare questo modello di mascolinità, cioè gli effeminati, i gay, quelli che sculettano, che gesticolano troppo, che sono troppo amici delle femmine.

edouard-louisEddy cresce in una famiglia che riassume tutte le caratteristiche di questo ambiente, con un padre alcolizzato e violento, una madre sguaiata e anaffettiva, un fratello maggiore che lo vuole ammazzare. Fuori casa, l’intero paese in cui vive, quando va bene, lo tratta come un bimbetto speciale, incredibilmente a modo rispetto ai bambini selvaggi a cui sono abituati, mentre, quando va male, cioè quasi sempre, gli fa subire ogni genere di umiliazione. Qui arriva la parte più tosta del libro, perché Eddy non vuole far vedere di essere mortificato. Eddy sorride anche quando gli sputano addosso, per evitare a sé stesso la vergogna dell’umiliazione. È davvero terribile e mi sono chiesto quanto sia costato all’autore, sul piano umano, raccontare queste cose con estrema franchezza, riportando parola per parola dialoghi e situazioni, rivivendo quelle scene in maniera così vivida. Mi ha fatto venire i brividi. Infatti, il libro è, in ultima analisi, il racconto di una sfida quotidiana contro sé stessi, il proprio corpo, i propri desideri, per assomigliare al gruppo di appartenenza, per essere accettati. Eddy però, ad un certo punto, capisce che al gruppo non importa quello che si è, ma quello che si sembra, e su questo non può avere nessun tipo di controllo. Il finale, poi, è amarissimo, e ci consegna la fotografia di un’intera società omofoba e violenta nei confronti delle minoranze, pur con delle grammatiche diverse tra uno strato sociale e l’altro.

Il caso di Eddy Bellegueule è un capolavoro, e penso che l’autore sia stato bravissimo non solo nel raccontare la sua esperienza di crescita, ma anche nel presentare, sotto forma di prosa, un vero e proprio ritratto sociologico della classe in cui è cresciuto, applicando in maniera creativa le teorie di Bourdieu, di cui è studioso. Il caso di Eddy Belleguele è uno di quei libri magici e perfetti che sembrano scritti da un uomo venuto dal futuro, per dirci cose di cui non sapevamo di aver bisogno. Lo ripeto: è un capolavoro.

Weird:4 Stars (4 / 5)
Queer:5 Stars (5 / 5)
Camp:1 Stars (1 / 5)
Sesso:3 Stars (3 / 5)
Fantasia:4 Stars (4 / 5)
Media:3.4 Stars (3,4 / 5)