Il nuovo romanzo di Aldo Busi uscirà a marzo

Lo scrittore leggenda vivente e occasionale partecipante straordinario di reality show Aldo Busi ha scritto un romanzo il cui titolo è talmente bello che va scritto con un font speciale:

Vacche amiche (un’autobiografia non autorizzata)

Con questo libro, Aldo Busi ritorna a un’editoria più tradizionale. Dopo l’esperienza con “Il fatto quotidiano”, Vacche amiche verrà pubblicato da Marsilio. Cesare De Michelis, l’editore, presenta il libro con una tale coloritura lessicale da sfiorare la supercazzola:

Chi mai, se non lo stesso Busi, avrebbe potuto scrivere la sua ‘autobiografia non autorizzata’, lanciandola spericolatamente al mondo in una lingua affabulatoria, epigrammatica, di un’eleganza senza pari e di un’oscenità terribile e al contempo scanzonata? Un romanzo che riconduce al punto di partenza secondo un percorso perfettamente circolare nel quale nulla accade perché tutto è già accaduto e non resta che prendere atto della verità così come la scrittura la riconosce e la indaga, la tenta, invano, a uscire allo scoperto attraverso personaggi che vorrebbero sottrarsi e restare misteriosi ma che sono troppo incantevoli e stregoneschi per non far girare la fantasia a mille del lettore. Drammatico senza averne né l’aria né la retorica, a tratti anche inaspettatamente romantico fino alle lacrime ed esilarante fino alla ridarella insopprimibile, Vacche amiche ci sfida a una brutale e toccante discesa agli inferi dell’identità amorosa, sessuale e civile spinta sino all’autoviolenza più raccapricciante. Non mancherà di sorprendere anche il lettore più esigente e i linguisti più sofisticati questo nuovo romanzo di Busi che è anche un romanzo nuovo e un modo inedito di concepire il romanzo.

D’altra parte l’entusiasmo è comprensibile quando si può annoverare all’interno del proprio catalogo un’opera di Aldo Busi. Vacche amiche verrà distribuito nelle librerie il 19 marzo.

Fonte: Il libraio

Cinder di Marie Sexton: la versione gay di Cenerentola è stupenda e stramba

cinder4Ogni anno, quando arriva Natale, mi viene voglia di leggere qualcosa di fiabesco. Quest’anno, la diabolica Triskell mi ha pubblicato, a pochi giorni dal Natale, Cinder, versione gay della storia di Cenerentola: il delitto perfetto, praticamente. Prima di leggere questo libro, pensavo che fosse una specie di parodia, un pastiche con intenzioni satiriche. Quello che mi sono trovato sotto gli occhi è, invece, un racconto allegro e ironico con una sua dignità autonoma rispetto alla fiaba originale.

A livello di trama, non ci sono grandi differenze, ma ci sono più ostacoli e, indovinate un po’ qual è l’ostacolo più grosso? Le differenze sociali impossibili da superare? No. Una famiglia arcigna che pensa solo a segarti le gambe? No. Regole e tradizioni che non prevedono che un principe ereditario sposi un uomo? Yessah! In questa versione romance m/m di Cenerentola, il povero protagonista si innamora del principe PRIMA del ballo ma, per colpa delle leggi e dei regolamenti di corte, il loro rapporto non può nemmeno cominciare, anzi, non può proprio esistere. Da qui la storia prende una strada del tutto nuova: la trasformazione ad opera della fata non è, infatti, l’extreme makeover convenzionale; per partecipare al ballo e vedere il suo principe un’ultima volta, Cinder diventa una donna — fino a mezzanotte etc.

Il bello di Cinder è che ridà linfa a una storia vecchissima e, sostanzialmente, molto conservatrice — veramente, solo la magia e un matrimonio possono aiutare una donna a salire la scala sociale? In questo caso, la magia aiuta a superare regole e tradizioni eterosessiste e la cosa più assurda e stramba di tutte è che rispecchia fedelmente la realtà. Nel caos normativo che noi chiamiamo Repubblica Italiana, le uniche coppie gay alle quali è permesso essere sposate sono quelle al cui interno c’è una persona trans.

Weird:4 Stars (4 / 5)
Queer:5 Stars (5 / 5)
Camp:5 Stars (5 / 5)
Sesso:2 Stars (2 / 5)
Fantasia:3 Stars (3 / 5)

 

 

Pride è un film molto più nostalgico e triste di quanto non sembri

Ieri ho visto Pride, film che ha interrotto un lungo periodo di totale mancanza di titoli cinematografici a tema LGBT — se si escludono quelle produzioni ultra-indipendenti e pochissimo-distribuite o quelle commedie italiane brutte. Pride ha quel mix di lacrime e risate per il quale io vado sempre in brodo di giuggiole. Vabbè, la storia immagino la si conosca, la sceneggiatura è tratta dalla vera storia di un gruppo di gay e lesbiche che hanno aiutato, attraverso una raccolta di fondi, a sostenere i minatori in sciopero contro il governo della Thatcher — per maggiori dettagli, rivolgersi a Wikipedia. Questi i motivi per cui mi è piaciuto tantissimo:

  • la colonna sonora è favolosa: un botto di pop inglese anni ’80 e qualche pezzo disco: insomma, il massimo — la si può ascoltare con Spotify:

  • e c’è anche questa canzone bellissima dei Communards, che non conoscevo, dedicata al protagonista del film:

  • io, ormai, non vado più al cinema perché non sopporto il doppiaggio, le solite voci dei doppiatori, il fascismo con cui vengono tradotti ed epurati i dialoghi. In Pride non c’è solo l’incontro tra minatori e gay, ma anche tra inglesi e gallesi ed è una cosa molto divertente, a tratti anche molto dolce, e per gustarla, volenti o nolenti, il film va visto in lingua originale;
  • Imelda Staunton è bravissima e interpreta un personaggio stupendo — tutti i personaggi sono stupendi, a dirla tutta, ma Imelda Staunton è straordinaria;
  • amo i film e i telefilm inglesi perché, a differenza di alcune produzioni americane pretenziosissime, anche quando trattano temi impegnati non rinunciano al divertimento, all’ironia e allo spettacolo. Pride non fa eccezione: è un film leggero e intelligente;
  • questa scena:
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  • ho letto ovunque che il film parla dell’importanza di fare gruppo, restare uniti, aiutarsi nelle battaglie; è tutto vero, ma non si tiene conto di una cosa: il film parla del passato. Uno sciopero come quello organizzato dai minatori inglesi negli anni ’80 oggi è impensabile. Guardiamo in faccia la realtà: Pride è anche un film su dinamiche che non possono più ripetersi perché, oggi, siamo talmente separati e divisi da una miriade di contratti e condizioni di lavoro differenti che sarebbe già un miracolo riuscire a compattarsi, in una situazione in cui siamo tutti in competizione l’uno con l’altro per avere il pane e le rose; per non parlare del fatto che lo sciopero è diventata un’arma che non fa più paura a nessuno, anche se resta ancora l’unica arma che abbiamo a disposizione. Certo, al di là di tutto, resta l’importanza di essere uniti, ma a guardare il film, per contrasto, io ho sentito la mancanza totale di un sentimento di unione. Per questo Pride è un film più nostalgico e triste di quanto non sembri: non è solo un film su una strampalata alleanza, è soprattutto un film sul fatto che bisogna lottare per la propria dignità, con l’unità, sì, ma anche con la consapevolezza del proprio valore e della bontà delle proprie idee perchè qua, tra governi stronzi, famiglie sceme, gente bigotta e gente cretina, bisogna sempre lottare e che fatica, ragazzi: senza storie come questa sarebbe davvero la fine.

 

Storie di strascichi #2: Drag Dyna$ty, quello che non vorresti essere

In troppi fingono di essere quello che non sono, il divertimento è trasformarsi in quello che non vorresti essere.

Questo è lo slogan delle Drag Dynasty, trio fiorentino capitanato da Miss Drag Queen Toscana 2014: Ivana Tram.

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Nato da una grande amicizia fra i tre componenti, il gruppo presenta una stirpe di signore che va dalla nonna alla nipote.

Tre sbilenche generazioni beffardamente a confronto: l’arzilla bacucca, la tardona baraccona, la smaniosa sbarazzina.

dynasty2Se le occasioni da festeggiare sono più o meno le stesse che spettano a ogni drag queen — matrimoni, compleanni, cene aziendali, addii al nubilato/celibato, cene spettacolo, eventi disco, manifestazioni in piazza come concorsi e sfilate, etc. — le performance di animazione e ballo sono coreografate in modo particolare per una ragione ancor più particolare. “Regine e Sovrane del tutto e del niente, di un regno immaginario fatto di piume e corone, tacchi e posticci”, le Drag Dynasty vogliono dimostrarci che “sotto sotto, non c’è sempre un uomo che avrebbe preferito nascere donna“. Ivana Tram, difatti, non è solo la gemella della facoltosa e snob Signora Trump, ma anche “la drag più fisicata d’Europa.” Live Performer, vocalist e cantante di pezzi dance, noto personaggio nel mondo del body building e fitness, con interventi su varie riviste di settore, ha partecipato a diverse trasmissioni RAI e Mediaset. La nipote Lilly Prude ricorda invece una giornalista pungente e capricciosa, ma chi la interpreta è un ballerino e coreografo professionista che vanta trenta titoli di Campionato Mondiale in varie discipline di danza, arriva dal corpo di ballo di “Ballando con le Stelle”, e ha partecipato anche a “I soliti Ignoti” e “La Botola”. Ballerino professionista di discodance e modern jazz, plurititolato a livello internazionale, è anche l’interprete dell’avvizzita Nonna Betty, ispirata alla Regina d’oltremanica.

Una particolarità che, in occasione di Miss Drag Queen Italia 2014, ha portato Lilly e Betty a travestirsi da ragazzi per supportare in qualità di ballerini l’aspirante al titolo Ivana Tram, nonché a lasciare quest’ultima in mutande, in seguito a una trasmutazione da geisha a ironico Superman spogliarellista degno di una sceneggiatura di Mel Brooks.

Volevo creare su di me un personaggio “baraccone’, come quello maschile in passato. L’animatore prima, lo stripman dopo, e il vocalist cantante erano personaggi maschili molto marcati e molto Big Jim. Per gli show mi ispiravo a faraoni venuti dallo spazio, demoni con costumi fatti di imbracature, ali e corna, o anche rivisitazioni di Capitan America, per esempio. Volevo creare qualcosa di diverso, di più comico, perché forse era la parte di me più nascosta.

Nonostante questo aspetto che è uscito fuori dalle righe nel lasciare spazio alle precedenti esperienze lavorative, assai anomalo in un mondo di paillettes e piume di struzzo che ancora si fonda su sfilate e melodrammatiche sincronizzazioni labiali, Ivana si dichiara amante del classico. Per questo, le cene spettacolo delle Drag Dynasty non somigliano per niente a un festino dei California Dream Men, ma si rivelano succulenti pasti luculliani a base perlopiù di battute, balletti volutamente kitsch e indovinelli dai risvolti imbarazzanti.

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A un concorso devi stupire il più possibile. Cantare una canzoncina in playback o fare la diva riesce a tutte. Ma la drag classica è sicuramente più comica della drag androgina. La drag androgina è un mix fra uomo e donna, però trova posto come immagine in disco o contesti del genere. La drag classica è quella che ha più possibilità di contatto con il pubblico.

Del resto, considerato che le madrine di Ivana al concorso sono state le Drastik Queen, era logico supporre che gli spettacoli avrebbero virato sul tradizionale.

Conobbi le Drastik qualche hanno fa tramite un amico comune. La sera, in estate, andando a Torre del Lago Puccini, mi fermavo sempre al Baddy a salutarle alla fine della cena spettacolo. Ci sedevamo lì fuori e spesso parlavamo di come fosse cambiata la situazione delle disco e dei locali, della politica di lavoro, di chi si improvvisa a far tutto, del fatto che girano pochi soldi e tutto va al risparmio. Lauren De Glamour mi diceva che, per quello che fai e che soffri, non ti pagano mai abbastanza. Ore e ore dentro a bustini, ceroni di cemento e parrucche anche a ferragosto… i tacchi! Una sera disse: “Ricordati, tesoro… prima o poi toccherà anche a te.” Io ridevo, ma forse lei aveva visto oltre.

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Bisogna riconoscere che mettere uno stripman palestrato davanti allo specchio e chiedergli di vagheggiare una figura femminile sovrapposta al riflesso non è semplice. “Immaginai chissà quale troiaio ne sarei venuto fuori…” E non se ne fece nulla.

Così il tempo passò. Finché l’attuale Lilly Prude non propose di travestirsi per un Carnevale.

Io accettai, ma a una condizione, che tutto fosse fatto a regola d’arte e che tra di noi ci fosse una certa logica di personaggio: io una zia belloccia attempata e tragicomica, lei più giovane, un po’ facile ma puntigliosa, il terzo non voleva fare la travestita, e solo per quella sera diventò il nostro cane da compagnia. Nacquero nell’ordine: una rivisitazione di Ivana Trump e di Lilli Gruber, accompagnate da un cane che poco dopo diventò Nonna Betty, per dare un senso di dinastia.

Ognuna delle Dynasty ha mantenuto poi delle caratteristiche ben precise, perché secondo Ivana è necessario:

creare un personaggio che, per quanto si evolva e si trasformi in immagine e repertorio, sia sempre riconoscibile. Non puoi cambiare colore dei capelli, trucco e stile ogni mese. Non ti riconoscono più. Non potrebbe farlo neanche Platinette! Ma questo non dirlo a nessuno…

Per saperne di più e tenersi aggiornati sugli eventi:

www.dragdynasty.com

www.facebook.com/ivanatram.dragdynasty

 

Lizzie di Shirley Jackson

3f1cea68736135a52c60bc7ce092334a_w_h_mw650_mhMesi fa avevo detto che Lizzie di Shirley Jackson era l’evento del 2014. Adesso che il 2014 è terminato e ho finito di leggere il libro, mi trovo nell’imbarazzante posizione di dovermi dare ragione — non è per niente imbarazzante ma mi piace iniziare l’anno nuovo con un po’ di ipocrisia.

Protagonista di Lizzie è Elizabeth, giovane donna opaca e senza carattere, che si rivolge a un medico per un mal di testa costante. Si scoprirà, grazie all’ipnosi, che la ragazza ha tre personalità distinte e molto diverse tra loro che lottano per prendere il controllo, sfruttando ogni momento di debolezza delle altre. Il racconto non è drammatico né divertente, è lievemente grottesco e ha la forza delle grandi storie: non si sa mai cosa succederà, dopo. E che succede?

Lizzie di Shirley Jackson è decisamente il libro del 2014 perché ha una delle cose che preferisco di più in una storia: una protagonista femminile completamente matta. In realtà, come in tutti i romanzi della Jackson che ho letto, ad un certo punto mi sono chiesto se tutti i protagonisti fossero pazzi, e se pure io lo fossi —risposta: no, non lo sono. La Jackson è così: fa partire la storia e sembra tutto normale, quasi noioso, e poi, non so come, ti trovi invischiato in qualcosa di cui non riesci a vedere l’inizio e neanche la fine, in cui la logica è leggermente incrinata, ma non del tutto rotta; leggere un romanzo di Shirley Jackson è come procedere su un falsopiano che, placido e innocuo, scende impercettibilmente verso un incubo febbricitante.