Il regista dello Sconosciuto del lago ha scritto un libro e adesso possiamo leggerlo tutti

Ci è piaciuto tantissimo Lo sconosciuto del lago, questo è un fatto. C’erano tutte quelle menate che hanno sempre ragione di esistere: mistero, attrazione, sesso, amore e morte. Non si può mai sbagliare con queste cose. Mai. Ma proprio mai. Con l’accoppiata  sesso/morte, poi, ci si fa colazione, pranzo e cena, proprio.

Alain Guiraudie, il regista dello Sconosciuto del lagoSconosciuto, per gli amici — sembra che abbia sviluppato ulteriormente questi temi anche in Qui comincia la notte, il suo romanzo d’esordio, pubblicato da poco dalla Clichy. Così recita la sinossi:

Una sorta di «ballata» sui bordi dell’abisso che unisce crudo realismo e umana morbidezza in una chiave che ricorda molto da vicino il Genet di Querelle de Brest. Al centro della vicenda, un torbido triangolo amoroso che vede protagonisti tre uomini, i loro inspiegabili sentimenti e le loro insolite pulsioni: Gilles, omosessuale quarantenne confuso e succube delle proprie paranoie; Pepé, novantenne annoiato e nostalgico delle proprie origini occitane; il «capo», poliziotto violento e in cerca di dominio, apparentemente in pace con la propria omosessualità ma in realtà preda di un contorto e misterioso fantasma. Gilles non capisce quale sia la natura di questo suo duplice sentimento, anche se forse si tratta semplicemente d’amore, e così si sovrappongono e si scontrano il suo rapporto quasi esclusivamente platonico con Pepé e quello fisico e passionale con il «capo», in uno sprofondare distruttivo e alla fine inevitabilmente letale. Un romanzo unico, sconvolgente, che con forza ma anche con estrema dolcezza affronta ogni forma d’amore, anche quelle più indicibili e complesse, ma soprattutto esplora con coraggio lo spettro della solitudine e dell’indifferenza.

C’è pure la parola TORBIDO, cosa volete di più? Questa, invece, è la copertina:

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Una copertina che di torbido ha molto poco e, quindi, per creare un po’ di equilibrio in questo mondo sempre sull’orlo del collasso, vediamo questa immagine presa dallo Sconosciuto del lago:

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Torbidissima.

Philomena, una storia irlandese

Nella trasposizione da un libro a un film, è sempre interessante vedere come gli sceneggiatori cercano di conservare la sostanza di una storia pur dovendo modificare la trama.

817XEhsA4VL._SL1500_Nel caso di Philomena, libro e film sono speculari e complementari allo stesso tempo. Sono speculari, perché la storia è identica ma rovesciata: il libro, come il titolo originale rivela — The lost child of Philomena Lee —, è un reportage sulla vita di Anthony, il figlio di Philomena: lo seguiamo nei suoi primissimi anni in compagnia della madre naturale all’interno di Roscrea, il convento dove queste suore malefiche e senza scrupoli sfruttavano le ragazze madri per avere manodopera gratuita e per gestire in allegria un traffico di bambini con gli Stati Uniti. Una volta adottato, Anthony viene ribattezzato Michael, e per tutta la sua vita dovrà fare i conti con un senso costante di abbandono e l’impulso all’autodistruzione: in poche parole, gay e repubblicano, negli anni ’80. Philomena, il film, racconta, invece, la stessa storia dal punto di vista della madre: gli anni miserabili nel convento e poi, in vecchiaia, la ricerca disperata del figlio perduto.

Philomena-309776430-largeSono due progetti complementari perché il film si concentra anche sulla genesi del libro, e in qualche modo ne diventa il prequel e il sequel allo stesso tempo. Si vede, ad esempio, come Martin Sixsmith, l’autore radical-chic, abbia accettato con grande riluttanza di indagare su questa storia in apparenza lacrimosa, sentimentale, insieme a una donna anziana, ciarliera e poco acculturata, che ama i romance e che attacca bottone con chiunque. Judi Dench è favolosa.

Insomma, di cosa ci parla questa storia raccontata in modo così diverso e intelligente? La storia di Philomena parla, soprattutto, di quanto sia importante raccontare gli abusi che la Chiesa Cattolica ha perpretrato — e continua a perpretrare — ai danni di persone in situazioni di debolezza, facilmente manovrabili facendo leva sulle coscienze, sul senso del peccato, sul potere e sulla coercizione.

Non credo sia un caso se oggi l’Irlanda ha votato sì al referendum sul matrimonio egualitario. Le storie vere e di denuncia, come quella di Philomena, aiutano a far capire quanto la Chiesa sia, in sostanza, un’istituzione anti-storica, ingiusta, invasiva e ambigua. Il fatto che in Italia non ci sia spazio per queste denunce — perché è garantito tutto questo silenzio? — sposta sempre più in là il giorno in cui la Chiesa sarà, finalmente, screditata per la sua doppia morale e messa di fronte alle proprie responsabilità.

 

Bella sarai tu: La Karl Du Pigné è favolosa!

Nata a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, La Karl Du Pigné è una storica drag laziale fra le più note del panorama nostrano.

Una perla ancora grezza incastonata tra la via Prenestina e lo storico quartiere del Pigneto, dal quale ha preso il nome. Erano i tempi dell’AIDS, quando ancora di questa terribile sindrome si moriva velocemente e La Karl Du Pignè, complice l’amica Vladimir Luxuria, si avvicina al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, dove inizia dapprima come volontaria delle attività e poi ne diventa segretaria e, per la parte relativa a Muccassassina, inizia la carriera di drag queen.

1Il reperto più agée: i capelli erano tutti suoi!

Come per ogni drag, e forse anche di più, date le possibilità minori dell’epoca di confrontarsi e competere, per lei gli inizi sono stati traballanti,

fra trucchi approssimativi, costumi rimediati ai mercatini rionali e scarpe rabberciate alla meglio

ma la forza di volontà e l’ambizione l’hanno portata a raggiungere l’obbiettivo che si era prefissata:

E la Karl, grazie alle serate di Muccassassina impara, impara, ruba con gli occhi dalle altre drag queen l’arte del trucco, del parrucco, affina il suo ‘naturale’ senso estetico e nel corso di qualche anno diventa una delle drag di punta della storica serata della Capitale. Il nome francese è motivo di buffe storpiature, e la Karl ride quando si legge sui giornali apostrofata come ‘La Cardio Pigné’ oppure ‘La Karl Due Bignè.’

2Vestito vintage anni Sessanta dello stilista e collezionista di abiti di alta moda Roberto Prili di Rado. “Era il mio periodo ‘elegante’ e quando potevo mi mettevo in ghingheri così!”

Speaker ufficiale del Roma Pride dal 2006, La Karl fa parte del gruppo Dragqueenmania, composto da ben dodici elementi, nove drag queen e tre faux queen (n.d.r: alla lettera, “false queen”, spesso definite anche “bio queen”, ovvero performer donne che adottano lo stile sopra le righe delle drag uomini, al contrario delle drag king, che indossano abiti maschili… ricordate Victor Victoria?). E oggi è proprio lei a proporre format per drag queen in cerca di successo, da Sanremo Drag all’Eurovision Drag Contest; il Drag Queen College, scuola per aspiranti drag queen, e La Corrada, un concorso per “dilettanti allo sbaraglio e sbaragliate allo sbando.” Inoltre ospitano a Roma la selezione del Lazio di Drag e Quale Show, ideato da Lady Vanesia e Boy Billy.

3Serata Sanremo Drag al Risto Teatro Skenè di Roma
4Sul Red Carpet del Festival del cinema di Roma del 2011. Abito da un’idea di La Karl elaborata da Marilyn Bordeaux. Questa mise prevede la testa calva, una piccola rottura rispetto al cliché della drag queen

La Karl Du Pigné è una drag queen dallo stile classico che si ispira alle splendide e intramontabili dive degli anni Quaranta e Cinquanta, prendendo a prestito delle caratteristiche ben precise:

Come non amare donne forti e decise del calibro di Barbara Stanwick, Jane Russell, Bette Davis e Joan Crawford. Da loro la Karl eredita la cattiveria della battuta, l’acidità degli sguardi e l’algida camminata. E quando le dicono: ‘Sei bella’, lei scocciata risponde ‘Bella sarai tu, io sono favolosa!’

5Foto di Matteo Basilè

Secchioni alla riscossa: la storia di Jack Andraka

Se avete bisogno di un libro che vi abbassi l’autostima ai minimi storici, il 7 maggio è uscito il libro che fa per voi. Rendetevi conto infatti che esistono ragazzi nati nel 1997 — millenovecentonovantasette — che hanno già scoperto un metodo economico e veloce per diagnosticare il cancro al pancreas nelle sue fasi iniziali.

Eh.

Invece di passare il proprio tempo a cazzeggiare come si deve, il secchionissimo Jack Andraka ha, infatti, scoperto come salvare la vita a tante persone. Lo odio. Questa è la sua faccia mentre tiene in mano, non so, l’unghia finta di una pornostar:

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basta un ragazzoIl libro che si chiama Basta un ragazzo, pubblicato in Italia da Garzanti. Oltre a descrivere le ore e ore passate a studiare e fare esperimenti scientifici e a sentirsi dire che un ragazzino non può imbarcarsi in un’impresa tanto grande, il nostro Jack era pure bullizzato perché gay. Quando sei un ragazzo prodigio, il coming out arriva  a tredici anni, si sa, e prima dei diciotto sei già un modello per tutti i ragazzi LGBT appassionati di scienza.

Vabbè, io ci sto provando a odiarlo con tutto me stesso ma, in realtà, ho troppa stima, mannaggia a lui.