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50 sfumature di grigio: anch’io l’ho visto.

Come tutti i grandi fenomeni di massa, il film tratto da 50 sfumature di grigio va al di là del bello o brutto per approdare nella gloriosa landa del l’ho visto o non l’ho visto. Siccome il libro è considerato la merda massima, vi spiego come viene interpretata la visione del film:

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Quello che le persone dovrebbero capire, una volta per tutte, è che guardare un film non significa niente, perché anche il più tonto dei tonti può starsene seduto due ore a fissare uno schermo e avere un’opinione, a prescindere dalla qualità del film.

Quindi, spazzati via questi pregiudizi, vi posso parlare del film e dirvi che 50 sfumature è un film noioso e molto lento. Io, inizialmente, speravo fosse almeno trash ma, fatta eccezione per qualche battuta, non ha nemmeno la grazia del comico involontario. Lui è bello, ma poco espressivo: il suo culo è la parte migliore ma viene mostrata per soli due secondi. Lei è, sostanzialmente, Rory Gilmore dopo una lobotomia. Il film, come il libro, è stato venduto come un concentrato di trasgressione ma, in realtà, potrebbe andare in onda anche alle quattro di pomeriggio su Rai1 senza far alzare un sopracciglio al MOIGE. La storia rispetta lo standard del romance medio: un amore contrastato che fatica a realizzarsi; in questo caso il problema sono i tormenti emotivi di lui e le sue cosiddette perversioni. La trama si concentra quindi nella convinzione di lei, la donnammerda definitiva, che lui, ricco, potente e figo, cambierà grazie al suo amore e di renderlo il solito, pallosissimo amante. L’impianto è molto conservatore, insomma. Cosa resta alla fine? La curiosità di vedere usate quelle code di procione appese nella camera dei giochi; la migliore amica della protagonista che, sotto sotto, la odia perché si è presa quello figo dei due e a lei è toccato il fratello scemo; il panino con il vomito di cane; questo video in cui l’attore, per promuovere il film, mangia una torta a forma di Mr. Grey a grandezza naturale:

Pride è un film molto più nostalgico e triste di quanto non sembri

Ieri ho visto Pride, film che ha interrotto un lungo periodo di totale mancanza di titoli cinematografici a tema LGBT — se si escludono quelle produzioni ultra-indipendenti e pochissimo-distribuite o quelle commedie italiane brutte. Pride ha quel mix di lacrime e risate per il quale io vado sempre in brodo di giuggiole. Vabbè, la storia immagino la si conosca, la sceneggiatura è tratta dalla vera storia di un gruppo di gay e lesbiche che hanno aiutato, attraverso una raccolta di fondi, a sostenere i minatori in sciopero contro il governo della Thatcher — per maggiori dettagli, rivolgersi a Wikipedia. Questi i motivi per cui mi è piaciuto tantissimo:

  • la colonna sonora è favolosa: un botto di pop inglese anni ’80 e qualche pezzo disco: insomma, il massimo — la si può ascoltare con Spotify:

  • e c’è anche questa canzone bellissima dei Communards, che non conoscevo, dedicata al protagonista del film:

  • io, ormai, non vado più al cinema perché non sopporto il doppiaggio, le solite voci dei doppiatori, il fascismo con cui vengono tradotti ed epurati i dialoghi. In Pride non c’è solo l’incontro tra minatori e gay, ma anche tra inglesi e gallesi ed è una cosa molto divertente, a tratti anche molto dolce, e per gustarla, volenti o nolenti, il film va visto in lingua originale;
  • Imelda Staunton è bravissima e interpreta un personaggio stupendo — tutti i personaggi sono stupendi, a dirla tutta, ma Imelda Staunton è straordinaria;
  • amo i film e i telefilm inglesi perché, a differenza di alcune produzioni americane pretenziosissime, anche quando trattano temi impegnati non rinunciano al divertimento, all’ironia e allo spettacolo. Pride non fa eccezione: è un film leggero e intelligente;
  • questa scena:
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  • ho letto ovunque che il film parla dell’importanza di fare gruppo, restare uniti, aiutarsi nelle battaglie; è tutto vero, ma non si tiene conto di una cosa: il film parla del passato. Uno sciopero come quello organizzato dai minatori inglesi negli anni ’80 oggi è impensabile. Guardiamo in faccia la realtà: Pride è anche un film su dinamiche che non possono più ripetersi perché, oggi, siamo talmente separati e divisi da una miriade di contratti e condizioni di lavoro differenti che sarebbe già un miracolo riuscire a compattarsi, in una situazione in cui siamo tutti in competizione l’uno con l’altro per avere il pane e le rose; per non parlare del fatto che lo sciopero è diventata un’arma che non fa più paura a nessuno, anche se resta ancora l’unica arma che abbiamo a disposizione. Certo, al di là di tutto, resta l’importanza di essere uniti, ma a guardare il film, per contrasto, io ho sentito la mancanza totale di un sentimento di unione. Per questo Pride è un film più nostalgico e triste di quanto non sembri: non è solo un film su una strampalata alleanza, è soprattutto un film sul fatto che bisogna lottare per la propria dignità, con l’unità, sì, ma anche con la consapevolezza del proprio valore e della bontà delle proprie idee perchè qua, tra governi stronzi, famiglie sceme, gente bigotta e gente cretina, bisogna sempre lottare e che fatica, ragazzi: senza storie come questa sarebbe davvero la fine.

 

Otto motivi per vedere The normal heart

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  1. Per chi, come me, è cresciuto nell’epoca post-Philadelphia, l’AIDS è sempre stato lì. Negli anni ’90 l’AIDS aveva addirittura un’allure glamour, con MTV e le star di Hollywood in prima fila per sensibilizzare sul tema e raccogliere fondi per la ricerca. The normal heart racconta il panico e la sofferenza dei primi anni dell’epidemia, quando il virus dell’AIDS è comparso all’improvviso, senza un nome e senza una cura, nel disinteresse generale. Come tutte le grandi tragedie non vissute direttamente, quello che è successo in quegli anni sembra una cosa assurda, di un altro pianeta. The normal heart è un film molto istruttivo.
  2. The normal heart offre uno scenario realistico sulle dinamiche del movimento gay, perennemente imbrigliato e diviso tra un atteggiamento loud & proud e il diritto alla privacy.
  3. Tutto il cast è fantastico ma è Julia Roberts la più fantastica di tutti; bellissima, naturale e molto più fresca delle colleghe della sua generazione, Julia Roberts interpreta la dottoressa Brookner, una specie di uber-Erin Brockovich poliomelitica e con una battaglia ancora più grossa da combattere: da una parte lo staff del suo stesso ospedale che si rifiuta di curare i malati e dall’altra il governo che si rifiuta di riconoscere l’epidemia. Se il mondo fosse un posto in cui regna la giustizia, la dottoressa Brookner sarebbe una delle poche persone a meritarsi l’appellativo di santa — a maggior ragione perché a lei non fregherebbe niente di essere fatta santa, a differenza di chi poi lo diventa davvero.
  4. È importante fermarsi un attimo e riflettere sull’atteggiamento sconvolgente del governo americano durante i primi anni della diffusione del virus. La reticenza sull’argomento e il rifiuto a offrire fondi per risolvere il problema sono troppo sistematici per non essere malevoli. Prendiamo atto che gli Stati Uniti hanno, inizialmente, fatto una precisa scelta politica per eliminare la comunità gay senza sporcarsi le mani. Questo accadeva trent’anni fa ma getta ombre inquietantissime anche sul presente, sul potere e sulla democrazia.
  5. Non che abbia molto senso fare confronti con un film di vent’anni fa — venti ere geologiche fa, per la storia gay — ma, a differenza di Philadelphia, The normal heart non vuole accattivarsi lo spettatore etero con blandi sensi di colpa e una timida rappresentazione di una coppia gay. The normal heart non vuole accattivarsi proprio nessuno ma, anzi, è un film crudo, molto ruvido e poco conciliante.
  6. L’intera storia potrebbe essere una specie di seguito di Dancer from the dance di Andrew Holleran, un romanzo cult per la comunità gay americana, pubblicato in Italia dalla sgangherata e defunta Zoe Edizioni. L’inizio del film, con Mark Ruffalo che approda sulla pulsante Fire Island, sembra arrivare direttamente da quel libro;
  7. The normal heart è diretto da Ryan Murphy, con un senso della misura abbastanza inconsueto per i suoi standard, nel senso che i suoi tipici ghiribizzi sono calibrati e mai gratuiti; doveva per forza di cose essere diretto in questo modo perché con un dramma di tali proporzioni sarebbe bastato un niente per trasformare la materia dura di cui è fatto il film in un patetico grumo di melassa.
  8. Come tutte le grandi storie, The normal heart suscita emozioni molto diverse e intense. Da una parte è un film di denuncia, ma è anche una gigantesca storia d’amore, in tutte le sue forme: c’è la storia romantica, c’è l’amicizia e c’è l’affetto fraterno. In un modo o nell’altro, sul piano emotivo è una bella mazzata.

Berberian Sound Studio di Peter Strickland

berberian_sound_studioCosa può accadere a un timido inglese esperto del suono nel momento in cui viene risucchiato nella produzione di un film horror italiano? Be’, può accadere che perda completamente la brocca. Questa è, in maniera grossolana, la tesi su cui è basato Berberian sound studio, film britannico del 2012 ad alto livello weird. Il protagonista è Toby Jones, attore già visto in film favolosi come Infamous, Elizabeth, Hunger games, The girl e The mist. In Berberian sound studio interpreta Gilderoy, un impacciato maestro del missaggio, chiamato, nell’Italia degli anni ’70, a lavorare su The equestrian vortex, un film che parla di cavalli.

Gilderoy scopre molto presto che, in realtà, The equestrian vortex è un film horror ambientato nel mondo della stregoneria. Confuso e attratto dalla situazione imprevista, Gilderoy viene travolto dall’atmosfera cupa e morbosa dello studio, dove i conflitti delle varie persone coinvolte nella produzione si mescolano ai suoni macabri e ai dialoghi brutali del film. Ad un certo punto, proprio come i livelli del sonoro che Gilderoy mette insieme, i diversi piani della realtà si mescolano e vediamo Gilderoy parlare fluentemente italiano, protagonista di un film che non è più quello che stavamo guardando ma non è nemmeno quello su cui Gilderoy stava lavorando: è un nuovo film, dove il poliestere della pellicola si è fuso con la mente del protagonista, e le ambizioni del regista si scontrano con l’occhio dello spettatore.

Insomma, Berberian sound studio è un fantastico e strambissimo pezzo di metacinema, in cui non solo viene mostrata la sapienza tecnica — e anche una certa dose di ingenua cialtroneria — che ha reso grande il cinema di genere italiano degli anni ’70, ma il tutto viene anche impastato con la furia e il mistero creativo, e i lati oscuri dell’animo umano, solleticato da suoni e stimoli. Berberian sound studio è una fumosa, elegante e illogica lanterna magica, in cui la psiche prende il posto delle diapositive. Attenzione, però: visto che sul piano narrativo si è ai limiti dell’incosistenza, il rischio colpo di sonno è alto.

Weird:5 Stars (5 / 5)
Queer:1 Stars (1 / 5)
Camp:3 Stars (3 / 5)
Sesso:2 Stars (2 / 5)
Fantasia:5 Stars (5 / 5)
Media:3.2 Stars (3,2 / 5)

 

5 motivi per cui Monuments men è brutto

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  1. Sembra che George Clooney abbia girato il film con Fare il regista for dummies: Monuments men è piatto e prevedibile come i compiti per casa fatti dal bambino più bravo della classe;
  2. Momuments men è didascalico fino alla nausea: abbiamo capito, è un film che parla di cose importantissime come l’arte, la cultura e la furia del nazismo ma, insomma, è il classico film che diventerà una hit in tutte le sale video delle scuole medie del mondo;
  3. c’è un gusto retrò abbastanza ricercato e si vede che Clooney si è visto tutti gli war movie però si è dimenticato che la retorica patriottica per cui gli americani sono i più ganzi di tutti è morta insieme a Kennedy e con il Vietnam;
  4. il doppiaggio italiano è ATROCE: ma chi si occupa delle traduzioni? Usano Google?
  5. il flirt tra Cate Blanchett signorina Rottermaier e Matt Damon tutto virtù è ridicolissimo, improbabile e imbarazzante.

In conclusione, Monuments men è un polpettone che non trova mai un equilibrio: un po’ vuole imitare i Tre Marmittoni, e quindi si dovrebbe ridere, e poi vorrebbe essere toccante, per cui ecco i barili di denti d’oro degli ebrei. Ma non si ride e non si piange. In sostanza, il film non emoziona proprio.