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Intervista a Daniel De Cò di Forte forte forte: “Non basta una parrucca per essere una drag queen”

R: Carissima Daniel, benvenuta su Refusi Etc.! La tv tradizionale italica pare non sia ancora pronta per le drag queen, ma nell’era di Internet deve fregarcene una pippa?
DDC: Be’, credo che nel 2015 non dovremmo proprio farci la domanda se qualcuno sia pronto a una cosa così normale. In fondo sono un personaggio che indossa degli abiti di scena, tutto qui [su Rai1 sembrava fosse entrato un cane in chiesa, però. NdAndrea].

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R: Tu sei nata nel 2011, grazie a una dj del Gay Village di Roma. Come mai ha dovuto insistere? Dopo varie esperienze televisive e disco ancora non avevi percepito avvisaglie di questo destino?
DDC: A dire la verità no. Ho avuto diverse esperienze lavorative come “Daniele”, ma non avrei mai pensato che “en travestì” sarei riuscita a esprimermi con molta più naturalezza e spontaneità.

R: Il coreografo Marco Garofalo ti ha scelta per la sigla del Village del 2011, e Giovanni Vernia ti ha voluta nel suo “Ti stimo fratello” (2012). Hai qualche aneddoto che ti ritrae con Abatantuono?
DDC: Diego Abatatuono è un grande professionista e un grande attore. Non ho avuto modo di conoscerlo approfonditamente, ma sono rimasta impressionata dalla sua personalità e dal suo grande carisma [Te l’avevo detto che non ci sarebbe stato un risvolto hot, Runny. NdA].

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R: Sei stata la prima drag queen protagonista di un fotoromanzo sullo storico “Grand Hotel”. Hai raccolto commenti da qualche signora che lo legge abitualmente?
DDC: Devo dire che ho scoperto di essere molto apprezzata da un pubblico femminile maturo, target tipico dei fotoromanzi, ed è una cosa che mi fa molto piacere. Ho avuto messaggi da molte figlie che mi dicono che la loro mamma mi adora!

R: So che il tuo alter ego è stato un Carramba Boy, ma di lui m’interessa sapere solo perché, secondo te, Philipp Plein era ossessionato dal farcelo conoscere e dall’effondersi in sparatorie di sarcasmo sessista  — sì, c’è tanta malizia nella mia domanda.
DDC: Non credo Philipp fosse in cattiva fede. Credo fosse più un problema legato all’esprimersi in una lingua di cui non è molto padrone. Probabilmente avrebbe voluto vedere se, dietro il personaggio, ci fosse un artista a 360 gradi, indipendentemente dagli abiti di scena [allora, per essere giusti e corretti, avrebbe dovuto chiedere agli altri concorrenti di esibirsi come drag. NdAndrea].

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R: In quanto icona, non credi che la Carrà dovrebbe fare un corso di aggiornamento su desinenze e mondo queer in generale da Asia Argento?
DDC: Non tutti siamo e dobbiamo esser esperti su ogni cosa. E di certo non è l’unica a utilizzare il maschile rivolgendosi a una drag queen, lei però mi ha sempre chiamato Daniel! Ma è una persona pronta a mettersi in discussione e curiosa, ed è riuscita da subito a farmi sentire a mio agio, sia nei panni maschili che femminili.

R: Il Grande Aguzzino di Refusi Etc. [sei licenziato! NdAndrea] vuole sapere che odore ha la Carrà. Lui immagina che sappia di lavanda e zucchero filato, mentre Asia Argento di rossetto e sangue fresco.
DDC: Credo abbia ragione, almeno quando sono sul palcoscenico [lo sapevo! NdAndrea]. In realtà dietro le quinte il loro profumo potrebbe tranquillamente essere invertito! Raffaella è molto dura ed esigente, mentre Asia è molto più dolce di quanto non appaia [questo è uno scoop. Non sei più licenziato, Runny. NdAndrea].

5R: Le drag queen classiche si vestono spesso di stereotipi per prendersi gioco dei pregiudizi stessi. Come mai, secondo te, è proprio questo aspetto ad attirare il pubblico (etero)geneo che non ha dimestichezza con questa figura artistica?
DDC: Le drag queen esistono da molto tempo, l’eccesso è sempre stata la chiave per attirare l’attenzione di un pubblico non avvezzo a questa forma di espressione, così come l’ironia. A oggi non credo questo sia più sufficiente. È necessario un progetto artistico ben definito, come per tutte le forme d’arte, il pubblico ha bisogno di qualcosa in più, ma è sempre la sottile ambiguità maschile/femminile ad accendere la curiosità.

R: Dato che Rai1 è molto conservatrice, quale volto della rete ammiraglia ti piacerebbe vedere in drag? Conti, Vespa, Giletti, Frizzi, Magalli…
DDC: Purtroppo non basta indossare una parrucca per essere una drag queen, è necessario sentirsi a proprio agio con la propria parte femminile di fronte una telecamera e credo che nessuno di loro lo sarebbe. Poi nel privato chissà… [Zan zan! NdA]

R: Che effetto ti ha fatto riguardarti a “Forte Forte Forte” una volta terminata l’esperienza? Cambieresti qualcosa, tornando indietro? E cosa hai programma per il futuro?
DDC: A me succede una cosa strana: quando vesto i panni della De Cò è come se diventassi un’altra persona. A volte, tolti gli abiti di scena, non ricordo neanche cosa abbia detto o fatto. Per questo mi emoziona sempre riguardarmi. Molte cose mi sono piaciute, altre molto meno. Mi sarebbe piaciuto poter esprimere altri lati di me, andando oltre le semplici esibizioni, caratteristica che sarebbe dovuta essere principale in questo format ma che in realtà è stata trascurata. Per il futuro? Sicuramente continuare a migliorare nel canto e nel ballo, ma soprattutto avere la possibilità di presentare un programma.

3 pensieri su “Intervista a Daniel De Cò di Forte forte forte: “Non basta una parrucca per essere una drag queen””

  1. Penso Daniel sia una vera artista di cui l’arretrata Italia avrebbe bisogno + spesso ed anche se piaceva tantissimo ai g4 giudici,hanno deciso di eliminarla poiche’ temevano fosse too much x gli italiani….tristissimo!

  2. IN ITALIA DEVONO CAPIRE CHE FARE LA DRAG QUEEN E’ UNA DISCIPLINA,PURTROPPO TRA NOI DRAG CE NE SON MOLTE CHE SONO DELLE POCO DI BUONO O CHE FANNO FESTINI ,MA NON TUTTE SIAMO COSI E PURTROPPO CI PRENDIAMO LA BRUTTA NOMINA PER CERTI ELEMENTI MARCI

  3. SCUSATEMI ANCORA E VORREI AGGIUNGERE CHE FARE LA DRAG QUEEN E CERCARE DI FAR RIDERE E DIVERTIRE LA GENTE E SOPRATUTTO BISOGNA FARLO PER DIVERTIRSI E STARE BENE,e diventare una DRAG e’ molto DURA,
    LA GAVETTA DA DRAG E’ PIU DURA CHE FARE IL MILITARE

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