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Il libro di Ferzan Ozpetek è proprio come i suoi film

ozpetek_sei_la_mia_vitaCioè sentimentali, sopra le righe, inutilmente poetici e, forse proprio in virtù di queste caratteristiche, gli unici in grado di raccontare qualcosa della comunità LGBT a un pubblico che con due risate e una lacrimuccia lo fai sempre contento — anche io faccio parte di questo pubblico.

Sei la mia vita è composto da una serie di aneddoti, narrati con l’intento di conservare i ricordi più preziosi di Ozpetek, in una specie di estremo atto d’amore nei confronti del suo compagno, gravemente malato — siamo in territorio Julianne Moore e Still Alice.

Il contesto e il tono della narrazione scivolano con facilità nel patetico, ma va premiata la generosità di aprirsi senza paura di essere giudicati, mentre non apprezzo molto l’insistenza di dispensare massime e riflessioni filosofiche sulla vita in maniera gratuita e lirica, e trovo abbastanza pesante il narcisismo, seppur comprensibile, di ricordare ripetutamente i successi ottenuti — abbiamo capito che sei famoso, mollaci un attimo, Ferzan.

71MFo3BpWKL._SL1500_La prospettiva corretta per affrontare questo libro è quella di leggerlo come un viaggio nel lavoro creativo di un regista: gli aneddoti raccontati non sono altro che gli spunti da cui Ozpetek è partito per realizzare i suoi film. Questo pastone di storie, persone, cinema ed esperienze è, alla fine del giro, la sostanza in cui è immerso Ozpetek, una persona che sembra vivere esattamente come dirige i suoi film. Se si legge con questo spirito, Sei la mia vita diventa un’autobiografia riuscita nel suo intento di consegnare il senso di un’esistenza.

Weird:1 Stars (1 / 5)
Queer:5 Stars (5 / 5)
Camp:3 Stars (3 / 5)
Sesso:1 Stars (1 / 5)
Fantasia:2 Stars (2 / 5)

Pride è un film molto più nostalgico e triste di quanto non sembri

Ieri ho visto Pride, film che ha interrotto un lungo periodo di totale mancanza di titoli cinematografici a tema LGBT — se si escludono quelle produzioni ultra-indipendenti e pochissimo-distribuite o quelle commedie italiane brutte. Pride ha quel mix di lacrime e risate per il quale io vado sempre in brodo di giuggiole. Vabbè, la storia immagino la si conosca, la sceneggiatura è tratta dalla vera storia di un gruppo di gay e lesbiche che hanno aiutato, attraverso una raccolta di fondi, a sostenere i minatori in sciopero contro il governo della Thatcher — per maggiori dettagli, rivolgersi a Wikipedia. Questi i motivi per cui mi è piaciuto tantissimo:

  • la colonna sonora è favolosa: un botto di pop inglese anni ’80 e qualche pezzo disco: insomma, il massimo — la si può ascoltare con Spotify:

  • e c’è anche questa canzone bellissima dei Communards, che non conoscevo, dedicata al protagonista del film:

  • io, ormai, non vado più al cinema perché non sopporto il doppiaggio, le solite voci dei doppiatori, il fascismo con cui vengono tradotti ed epurati i dialoghi. In Pride non c’è solo l’incontro tra minatori e gay, ma anche tra inglesi e gallesi ed è una cosa molto divertente, a tratti anche molto dolce, e per gustarla, volenti o nolenti, il film va visto in lingua originale;
  • Imelda Staunton è bravissima e interpreta un personaggio stupendo — tutti i personaggi sono stupendi, a dirla tutta, ma Imelda Staunton è straordinaria;
  • amo i film e i telefilm inglesi perché, a differenza di alcune produzioni americane pretenziosissime, anche quando trattano temi impegnati non rinunciano al divertimento, all’ironia e allo spettacolo. Pride non fa eccezione: è un film leggero e intelligente;
  • questa scena:
    2
  • ho letto ovunque che il film parla dell’importanza di fare gruppo, restare uniti, aiutarsi nelle battaglie; è tutto vero, ma non si tiene conto di una cosa: il film parla del passato. Uno sciopero come quello organizzato dai minatori inglesi negli anni ’80 oggi è impensabile. Guardiamo in faccia la realtà: Pride è anche un film su dinamiche che non possono più ripetersi perché, oggi, siamo talmente separati e divisi da una miriade di contratti e condizioni di lavoro differenti che sarebbe già un miracolo riuscire a compattarsi, in una situazione in cui siamo tutti in competizione l’uno con l’altro per avere il pane e le rose; per non parlare del fatto che lo sciopero è diventata un’arma che non fa più paura a nessuno, anche se resta ancora l’unica arma che abbiamo a disposizione. Certo, al di là di tutto, resta l’importanza di essere uniti, ma a guardare il film, per contrasto, io ho sentito la mancanza totale di un sentimento di unione. Per questo Pride è un film più nostalgico e triste di quanto non sembri: non è solo un film su una strampalata alleanza, è soprattutto un film sul fatto che bisogna lottare per la propria dignità, con l’unità, sì, ma anche con la consapevolezza del proprio valore e della bontà delle proprie idee perchè qua, tra governi stronzi, famiglie sceme, gente bigotta e gente cretina, bisogna sempre lottare e che fatica, ragazzi: senza storie come questa sarebbe davvero la fine.

 

La più antica libreria gay degli Stati Uniti chiude i battenti

GiovanniDopo un lungo periodo in perdita, Ed Hermance, il libraio che gestisce la Giovanni’s Room, ha deciso di cessare la propria attività.

Aperta la bellezza di quarantuno anni fa — il Neolitico dei diritti gay — a Philadelphia, la Giovanni’s Room pare seguire lo stesso destino di tutte le librerie tradizionali generaliste, incapaci di reggere la concorrenza di Internet. Ed Hermance ha pochi dubbi: la colpa è di quei cattivoni di Amazon. Effettivamente non fatichiamo a dargli ragione: Amazon è stupendo per spendere soldi. In ogni caso, possiamo solo immaginare cosa rappresenti Giovanni’s Room per la comunità gay locale e la tristezza che questa notizia suscita — vi ricordate quando ha chiuso la storica Babele a Milano?

Il libraio ha dichiarato di aver cercato un nuovo proprietario dall’agosto dell’anno scorso, ma non è riuscito a concludere l’affare e così, dalla fine di maggio, la più antica libreria gay degli Stati Uniti non esisterà più. È ironico il fatto che la libreria abbia preso il nome da uno dei classici della letteratura gay, La stanza di Giovanni di James Baldwin: romanzo magnifico, ma che rimanda a un periodo in gran parte concluso.

Fonte: Time

Le cose cambiano

521730_10202304272032708_1456686881_nLe cose cambiano è più di un libro, è un progetto che merita un breve riassunto. Dunque, tutto è partito da un’intuizione di Dan Savage, giornalista americano, che ha deciso di caricare un video su Youtube per dare una mano agli adolescenti gay, raccontando loro la sua storia, di come le cose erano davvero migliorate rispetto agli anni travagliati della scuola. La scelta del video era nata per arrivare direttamente ai ragazzi sfruttando le potenzialità dei social network e scavalcare le istituzioni scolastiche, non sempre attente a questi temi. Il video è diventato virale: molte persone hanno cominciato a realizzare altri video in cui raccontavano la propria esperienza, compreso il presidente Obama. Insomma, è un progetto che nasce da un’idea semplice e potente, come sono sempre le idee migliori, e che può effettivamente dare speranza a tutti quei ragazzi che sono in difficoltà, che magari subiscono bullismo e credono di non poterne parlare con nessuno o, peggio ancora, con la propria famiglia, perché i genitori hanno aspettative assurde e non realizzano che ci possono essere anche della variabili alla catena di montaggio scuola-diploma-laurea-matrimonio-figli-pensione-funerale. It gets better è diventata quindi una vera e propria campagna web, acquisendo con il tempo dimensioni internazionali.

Le cose cambiano è la versione italiana del progetto. Collegandosi direttamente alla campagna sul web, la sempre ottima Isbn ha affidato la traduzione di It gets better alla sapiente Antonella Napolitano, arricchendo l’edizione italiana – curata da Linda Fava – con testimonianze e racconti nostrani. Il risultato è straordinario e di fatto va a colmare un vuoto che, prima di questo libro, poteva essere colmato solo da romanzi, film e telefilm che, per quanto fatti bene, raramente possono influire nella stessa misura in cui può farlo un racconto in prima persona. Leggere Le cose cambiano mi ha riportato alla mente Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini che, alla pari dei contenuti, aveva un taglio talmente drammatico e cupo da suscitare più ansia che speranza. D’altra parte era il lontanissimo 1991, il taglio era quello dell’inchiesta e, in ogni caso, con il tempo le cose saranno cambiate anche per quei ragazzi. Perché è vero che le cose cambiano, e anche la persona più pessimista, dopo averlo letto per trecento pagine, e ripetuto da decine e decine di persone, anche famose, non può fare a meno di crederci: le cose cambiano, andrà meglio, tieni duro.

Nell’edizione italiana c’è però un elemento che stona: come media partner figura infatti il “Corriere della Sera“. Adesso, se il “Corriere” vuole davvero impegnarsi nel far cambiare le cose, più che diventare media partner di questo libro e distribuirlo in allegato nelle edicole, dovrebbe cambiare linea editoriale e smetterla di pubblicare articoli omofobi e retrogradi, come spesso accade, soprattutto nella versione cartacea. Per quanto riguarda la versione online, dovrebbe imparare a moderare i commenti dei lettori ed evitare che il sito si trasformi in una cloaca di insulti e offese verso la comunità LGBT.

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Insomma, se il “Corriere” vuole che le cose cambino dovrebbe allontanarsi da quel paravento tutto italiano chiamato libertà di opinione, che si traduce troppo spesso con una libertà di offese, insulti e soprattutto pregiudizi che non portano a nessun progresso ma, anzi, ci fanno rimanere fanalino di coda in tema di diritti civili. Alla faccia delle cose che cambiano.