Archivi tag: Madonna

Luca Magli, l’arte del trasformismo e delle imitazioni

Di drag queen ce ne sono di ogni tipo e per tutti i gusti: si va dalle classiche, tra cui quelle adatte a ogni tipo di pubblico o quelle più maliziose, alle show girl, fino alle drag androgine o ancora più estreme, dedite al body painting. Nell’enorme insieme delle classiche, però, troviamo anche un sottoinsieme particolare, ovvero quello delle drag queen che si ispirano a un personaggio famoso, vuoi cantante, attrice, o personaggio televisivo.
madonna frozenÈ il caso del noto artista del trasformismo milanese Luca Magli, partito come sosia di Renato Zero. Nel corso della sua carriera, ha costruito un’eclettica carrellata di personaggi come Mina, Patty Pravo, Loredana Bertè, Anna Oxa, Mia Martini, Tina Turner, Cher, Madonna, Anastacia, Gloria Gaynor e Diana Ross. In più, ha al suo attivo svariate apparizioni in Rai e Mediaset, fra cui: Raffaella Carrà Show (nell‘87), Fuego (‘97), Tempi Moderni (‘99), Sgarbi Notturni (2001), Maurizio Costanzo Show (2001/2005), Uomini e donne (2002), Scherzi a Parte (1992/2007), Buona Domenica (2007), La vita in diretta, Verissimo e addirittura lo storico Portobello.

marlene diertrichNasco nel lontano 1982 al Rics Cabaret di Milano, un locale dedicato allo show en travestì alla francese, aperto anni prima dal proprietario Nerino, dove lui cantava al pianoforte ingioiellato; poi vennero tutti gli artisti che oggi conosciamo dalla tv e quindi anche io. Ho frequentato il CTA come scuola formativa di canto, ballo jazz e classico, recitazione e dizione, sempre a Milano, con insegnanti storici come Ernesto Calindri. Venni reclutato dapprima in una compagnia di trasformisti che si esibivano in uno spettacolo itinerante al Blue Angel con a capo Walter Chizzolin, che fu il mio mentore e madrina e suggerì quali personaggi poter rappresentare al meglio; poi si cantava dal vivo parodiando canzoni e temi famosi degli anni 50-60-70 con personaggi da rivista come Wanda Osiris e Josephine Baker. Quindi venni provinato presso il Rics Cabaret e la sera stessa mi esibii con altri undici artisti provenienti da ogni parte del mondo: c’erano contorsionisti, maghi, cabarettisti, showgirl, spogliarelliste, ballerini, attori… insomma, un bel calderone, ma davvero stimolante. Io guardavo di sottecchi tutte le esibizioni dei miei colleghi durante lo show, il pubblico variegato e a volte d’elite con nomi dello showbiz come Zeffirelli, Costanzo, Bongiorno, Sandra Milo, Rocco Barocco, Gianni Agnelli…e cantanti del tempo famosi come Nilla Pizzi, Wilma de Angelis, Fiordaliso, Loredana Bertè, Mia Martini, Viola Valentino… insomma la milanodabere.

Ed è su questa scia che Luca continua negli anni, con feste private al Covo di Nord Est a Santa Margherita Ligure o a Milano, con personaggi come la Contessa Vacca Augusta e Marta Marzotto:

con FiordalisoAl Vogue di Milano gli anni ottanta furono rutilanti per molti artisti che come me cercavano di farsi strada. Poi vennero i provini televisivi e mi buttai a capofitto anche li. Piccoli ruoli ma significativi. All’epoca il giorno dopo si era famosissimi in tv. Negli anni Novanta costituii con un mio collega e amico un duo, i Salt and Pepper: proponevamo un’ora a rotazione di nostri personaggi e vari sketch; girammo tutta l’Italia in luoghi bellissimi, e i programmi televisivi a stagione ci chiamavano per stuzzicare il pubblico da casa con nostre apparizioni in talk show dove si parlava degli argomenti più disparati.

Nel tempo Luca ha prestato la sua immagine anche in video musicali, fra gli altri, di La Pina (Le Mie Amiche), Marcella Bella (La Regina del Silenzio), Enrico Ruggeri (Trans); ha sfilato per varie griffe ed è stato per diciotto anni presenza fissa all’HD Disco di Milano con il suo “Luca Magli Show”, dove ha scoperto nuovi talenti e formato svariati gruppi, fra cui le Hostess di Volo:

Abbiamo lavorato a Zelig per otto anni, portando in rappresentazione il Rocky Horror Show e Il Vizietto, con attori, ballerini, scenografie e testi. Ho avuto direzioni artistiche in molti locali creando personaggi e serate ad hoc.

5Ci sono trentacinque anni di storia nei personaggi rappresentati da Luca Magli, personaggi per cui lui stesso ha ripristinato trucco, parrucco e costumi, con la collaborazione di sarti:

“Il mio percorso è stato votato al trasformismo di personaggi come Marlene Dietrich in piume azzurre, Mina da Studio Uno a Milleluci; Renato Zero. E poi Grace Jones, Moana Pozzi… creatura divina.

Le Articiocche di Emily Queen e Penelope Please

Si sente spesso dire che la forma della Liguria ricorda un sorriso all’ingiù, e la tristezza è l’emoticon che più rappresenta la Miss in carica proveniente da questa regione. Emily Queen si è difatti presentata alla finale nazionale di Miss Drag Queen Italia 2014 fuoriuscendo da una bara e con indosso un look gothic rock decisamente atipico per un palco di drag. Originaria di Sanremo, ma naturalizzata a Genova, Emily nasce come cantante di piano bar e karaoke, accompagnata spesso da ensemble strumentali acustici, come per la performance che l’ha vista vincitrice del titolo regionale del 2014, dopo il terzo posto del 2012 e il secondo del 2013. Un’escalation che è il frutto di una sperimentazione fuori dalle righe:

Penelope Please & Emily QueenLa gavetta e la ricerca musicale sono il segreto del mio personaggio, come anche la ricercatezza e la versatilità dei miei look, che spaziano dalla drag queen tradizionale ed elegante in abito lungo, al look gotico-dark fatto di piumaggi, borchie e catene, fino al body painting coloratissimo e alieno. Come quando mi esibii nel contest Drag Factor del 2013, nella squadra ‘Androgine’ capitanata dalla madrina Syntetica Kartell: una vera guru dell’originalità in fatto di look che spaziano dal body painting al riciclo di materiali poveri assemblati a regola d’arte come fossero tessuti preziosi o accessori sofisticati usciti da uno studio di design.

La staticità fisica che caratterizza il personaggio di Emily Queen è studiata ad arte per trasmettere l’idea della fissità della morte, in un mondo di danze e lustrini che ne fa spiccare il distacco dalla realtà:

Caratteristica del mio personaggio è l’essere distante, aliena e trasognata nell’incubo della mia timidezza travestita da puro esibizionismo estetico fatto di costumi sontuosi, da creatura nell’ombra crepuscolare, un po’ vampira fantasy e un po’ rockstar alla Siouxie.

Miss Drag Queen Liguria 1° class. 2014L’incontro con Marco Marras Casu alias Penelope Please — drag ligure veterana accomunata al percorso di Emily anche per i ripescaggi che le hanno viste entrambe più volte alla finale nazionale di Miss Drag Queen — è stato fondamentale per questa concezione autoironica del personaggio.

Penelope Please è quell’artista che ti prende per mano e ti scaraventa sul palco senza sapere cosa succederà da lì a poco; è una trapezista del palco e vola sempre senza rete, sia come performer che come personaggio ormai assodato nel tempo dalle scelte trasversali dei suoi poliedrici lavori, nei quali vengo coinvolta da protagonista, trovandomi spesso spiazzata, ‘conTusa e felice’, ma soddisfatta per il plateale successo di pubblico, nonché una personale soddisfazione nel vedere cadere, sparire e ‘morire’ i miei limiti personali, da quando ho deciso di iniziare questo percorso non facile da drag queen; ma io amo le sfide e le colgo divertendomi, soprattutto nei sodalizi con persone umanamente diverse da me, ma che sono complementari alla mia natura, non solo da palco.

articiocche orizzontale

 

Grazie a questo sodalizio artistico è nato il progetto di una band composta interamente da drag queen, “Laica Vergin & Articiocche”, una tribute di Madonna rivisitata però in chiave electro-punkrock-industrial-heavymetal. Il nome Articiocche — “carciofi” in dialetto ligure — deriva da una foto in cui Madonna è ritratta con in mano due carciofi, ai tempi della sua frequentazione della Factory di Andy Warhol. La line-up della band è composta dalla stessa Emily (synth & sound-machines, piffero elettronico e voce); Penelope (electro-sax, tastiere, chitarra solista e voce); Sandra Acid (drums & synth, lipsynch); Sorella Lauretta (organo & synth Hammond); e la statunitense Laica Vergin (basso e chitarra). I live shows di una drag band che riarrangia Madonna sono una proposta originale e divertente all’interno del panorama dello spettacolo, un’intersezione fra due mondi solo all’apparenza distanti, che tra finzioni sceniche ed esibizione dal vivo risulta sicuramente d’impatto.

Elisabetta Gregoraci e il suo debutto in libreria

Si è molto — ma neanche così tanto — parlato del libro di favole che, prossimamente, Elisabetta Gregoraci pubblicherà con Imprimatur. Adesso, non per fare l’avvocato del diavolo, ma è davvero necessario ridicolizzare Elisabetta Gregoraci per un innocuo libro con qualche storiella per bambini? Con questo non voglio minimizzare l’importanza della letteratura per l’infanzia, anzi, ma in Internet ho notato che il tono con cui è stata accolta la notizia variava dallo scandalizzatocome osa quella sciacquetta mantenuta a entrare nel sacro tempio dei libri? — all’ironicoun libro non si nega proprio a nessuno di questi tempi. Io, nella notizia e nei commenti che ha scatenato, vedo solo parecchia provincialità.

Il fatto che un personaggio come Elisabetta Gregoraci pubblichi un libro di fiabe cavalcando la sua nuova immagine di mamma-star dovrebbe essere accolto con uno sbadiglio, al massimo. Madonna ha lanciato questa moda un secolo fa e, lungi dal paragonare una megastar come Madonna alla Gregoraci, nel panorama italiano questo filone non è stato ancora sfruttato in pieno quindi chissene. In caso si dovrebbe discutere sull’efficacia di un’operazione del genere, perché, a livello di immagine, non riesco ad associare Elisabetta Gregoraci a una figura materna. Ad esempio, la stessa operazione è stata fatta anche da Benedetta Parodi, una che è conosciuta da tutti per essere una donna alla mano che lavora come il resto del mondo: è una che fa la mamma senza bisogna di dirlo, lo è e basta, e lo fa con lo stesso spirito con cui fa altre cose; allegra e spigliata, la zia Bene è plausibile nel ruolo di scrittrice di libri per bambini. Elisabetta Gregoraci, invece, dovrebbe fare i conti con il fatto che la sua immagine è quella della bambolona, la solita bella presenza televisiva con troppo makeup; chiamare il figlio Nathan Falco conferma i sospetti su una donna che sembra una star hollywoodiana da operetta.

Ma non è neanche questo il punto. L’aspetto che dovremmo valutare in tutta questa faccenda non sta su un piano fateletterario o editoriale. Al netto delle ragioni di marketing e di immagine, fa tristezza pensare a:

  1. le donne che si identificano al 100% con il ruolo di mamma e non ne escono più — citofonare Camila Raznovich;
  2. la retorica sulla maternità e frasi tipo “come donna penso così e come mamma penso colà” — uomini: non pervenuti
  3. la retorica sull’infanzia come il periodo della felicità certa e indiscutibile — come sapete, amo i romanzi che raccontano l’infanzia per quello che è, cioè il periodo della vita in cui siamo più indifesi rispetto alle brutture del mondo degli adulti, genitori compresi;
  4. il fatto che una persona si avvicini al mondo dell’infanzia solo nel momento in cui ha figli — ma prima di avere figli, non vi piacevano le belle storie, i giochi, la fantasia, il potere dell’immaginazione?

Evidentemente, no.

 

 

 

 

 

 

L’arte di vivere in difesa di Chad Harbach

chad-harbach-larte-di-vivere-in-difesa-L-EWZhurUna storia ambientata nel mondo del baseball? No, non si può reggere. Però, però. Vi ricordate Ragazze vincenti, quel film che abbiamo visto tutti perché nel cast c’è Madonna? Alla fine è una bella storia, nonostante il baseball. Ecco, L’arte di vivere in difesa, romanzo su un talento del baseball, è una storia ancora più bella — ma non c’è Madonna.

Il protagonista, Henry Skrimshander, è il classico ragazzo che verrebbe definito, secondo gli standard classici, uno sfigato. Senza grandi qualità, Henry ha però un gigantesco talento nel fare qualcosa di fondamentale in questo benedetto giuoco del baseball. Grazie a questo talento, può abbandonare il micromondo contadino in cui è cresciuto per approdare al Westish, vivace college sul lago Michigan. A fargli da mentore, Mike Schwartz, un ragazzone con una gloriosa carriera sportiva ma dal futuro incerto. La parte interessante arriva, però, quando Henry conosce il suo compagno di stanza, Owen, anche lui giocatore di baseball e gay schietto e orgoglioso. Con la sua bellezza esotica e i modi sfrontati, Owen fa crollare tutte le certezze di Guert Affenlight, rettore dell’università ed etero convinto di mezz’età. Contro ogni pronostico, tra Owen e Guert nasce un bel rapporto daddy guastato dal fatto che il rettore non vuole dichiararsi per tutte le rogne che il gesto comporterebbe. Tra l’altro il rettore Affenlight ha un’altra grana tra le mani, cioè la figlia Pella, piombata a Westish dopo un matrimonio finito male e in preda a una specie di crisi esistenziale.

In realtà tutti i personaggi di questo romanzo corale affrontano una crisi da cui devono, in qualche modo, coveruscire. L’arte di vivere in difesa affronta un tema che spesso — forse troppo — viene trattato nei romanzi americani: il terrore del fallimento, dell’ascesa interrotta, dei talenti sprecati, delle scelte sbagliate. La paura di non avere successo, o di non volerlo neanche, si presenta sotto varie forme: Henry diventa brocco, Schwartz si deprime, Pella si diverta a fare la sguattera etc. Sarà il solito evento drammatico a tirare le fila del racconto e dare una svolta alle vite dei protagonisti. L’arte di vivere in difesa, a fronte di ottimi personaggi e uno stile puntuale ed equilibrato, ha infatti un solo difetto: è un po’ troppo leccato, preciso, a volte al limite del  prevedibile. Non che sia un grande difetto, perché alla fine del giro i meccanismi scattano tutti al momento giusto e l’interesse nei confronti di questi personaggi e delle loro sfighe non viene mai meno. E il baseball non è poi così invadente. La cosa più riuscita dell’Arte di vivere in difesa è la furbizia con cui si rivolge ai lettori di ogni fascia d’età nonostante sia un romanzo di formazione; crescere e maturare, a dispetto di quello che si vuol far credere, forse non è solo una faccenda che si esaurisce nel passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta — come accade a Henry — ma continua, sempre, anche nelle altri fasi della vita, anche a sessant’anni. Che fatica, eh?