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Il ritorno di Sebastiano Mauri con un libro sul matrimonio egualitario

Sebastiano Mauri è  passato alla storia per un’intervista con Daria Bignardi in cui si è venuto a sapere che a casa dei suoi poteva capitare di cenare insieme a Umberto Eco, un musicista africano e un cane ma erano vietati i Bastoncini e i Sofficini — non riesco a immaginare niente di più triste. Mauri era lì per parlare di Goditi il problema, romanzo molto autobiografico che raccontava di un coming out all’interno di una famiglia alto borghese. Questa è l’intervista:

Dopo il successo di Goditi il problema, il nostro caro Sebastiano torna in  libreria con Il giorno più felice della mia vita – Ogni coppia ha diritto al suo sì, ancora con Rizzoli. Il titolo è molto criptico ma, grazie a questo video promozionale, ho capito che il libro parla di matrimonio egualitario — perché è vestito come uno sposino da torta nuziale:

3125556-9788817081009Sebastiano Mauri potrebbe essere finalmente il tipo di gay che piace agli etero che tanto ci manca in Italia. In genere, infatti, agli etero piace molto il genere giullare di corte: aderente allo stereotipo, innocuo, di destra, sopra le righe. Non ho niente contro il genere giullare di corte tranne il fatto che, molto spesso, è un tipo di persona con tantissima omofobia interiorizzata e veicolo dei soliti cliché sui gay. Sebastiano Mauri, invece, riesce a piacere agli etero anche senza fare il buffone e, soprattutto, ha degli argomenti in linea con il resto della civiltà e con la decenza umana nel XXI secolo.

 

Elisabetta Gregoraci e il suo debutto in libreria

Si è molto — ma neanche così tanto — parlato del libro di favole che, prossimamente, Elisabetta Gregoraci pubblicherà con Imprimatur. Adesso, non per fare l’avvocato del diavolo, ma è davvero necessario ridicolizzare Elisabetta Gregoraci per un innocuo libro con qualche storiella per bambini? Con questo non voglio minimizzare l’importanza della letteratura per l’infanzia, anzi, ma in Internet ho notato che il tono con cui è stata accolta la notizia variava dallo scandalizzatocome osa quella sciacquetta mantenuta a entrare nel sacro tempio dei libri? — all’ironicoun libro non si nega proprio a nessuno di questi tempi. Io, nella notizia e nei commenti che ha scatenato, vedo solo parecchia provincialità.

Il fatto che un personaggio come Elisabetta Gregoraci pubblichi un libro di fiabe cavalcando la sua nuova immagine di mamma-star dovrebbe essere accolto con uno sbadiglio, al massimo. Madonna ha lanciato questa moda un secolo fa e, lungi dal paragonare una megastar come Madonna alla Gregoraci, nel panorama italiano questo filone non è stato ancora sfruttato in pieno quindi chissene. In caso si dovrebbe discutere sull’efficacia di un’operazione del genere, perché, a livello di immagine, non riesco ad associare Elisabetta Gregoraci a una figura materna. Ad esempio, la stessa operazione è stata fatta anche da Benedetta Parodi, una che è conosciuta da tutti per essere una donna alla mano che lavora come il resto del mondo: è una che fa la mamma senza bisogna di dirlo, lo è e basta, e lo fa con lo stesso spirito con cui fa altre cose; allegra e spigliata, la zia Bene è plausibile nel ruolo di scrittrice di libri per bambini. Elisabetta Gregoraci, invece, dovrebbe fare i conti con il fatto che la sua immagine è quella della bambolona, la solita bella presenza televisiva con troppo makeup; chiamare il figlio Nathan Falco conferma i sospetti su una donna che sembra una star hollywoodiana da operetta.

Ma non è neanche questo il punto. L’aspetto che dovremmo valutare in tutta questa faccenda non sta su un piano fateletterario o editoriale. Al netto delle ragioni di marketing e di immagine, fa tristezza pensare a:

  1. le donne che si identificano al 100% con il ruolo di mamma e non ne escono più — citofonare Camila Raznovich;
  2. la retorica sulla maternità e frasi tipo “come donna penso così e come mamma penso colà” — uomini: non pervenuti
  3. la retorica sull’infanzia come il periodo della felicità certa e indiscutibile — come sapete, amo i romanzi che raccontano l’infanzia per quello che è, cioè il periodo della vita in cui siamo più indifesi rispetto alle brutture del mondo degli adulti, genitori compresi;
  4. il fatto che una persona si avvicini al mondo dell’infanzia solo nel momento in cui ha figli — ma prima di avere figli, non vi piacevano le belle storie, i giochi, la fantasia, il potere dell’immaginazione?

Evidentemente, no.

 

 

 

 

 

 

È uscita Skandalon, la nuova graphic novel di Julie Maroh

Skandalon_cover-754x1024E chi è Julie Maroh? Julie Maroh è l’autrice di Il blu è un colore caldo, la graphic novel da cui è tratto La vita di Adèle, film stracult — è già passato un anno dalla vittoria di Cannes, tra l’altro.

La sinossi di Skandalon non brilla per originalità: abbiamo una giovane rockstar come protagonista — esistono ancora le rockstar? — che di nome fa Tazane e fa tutto quello che deve fare una rockstar: alcol, droga, immagine da angelo ribelle, gesti plateali etc. Insomma, scandali su scandali. I comportamenti eccessivi di Tazane ovviamente vengono esaltati dai media e mandano in visibilio i fan. Il cliché non finisce qui perché, ovviamente, dietro alla maschera di Tazane c’è ancora Cedric, il giovane sensibilone che aveva velleità artistiche genuine.

Un po’ fiacchetta come storia, eh?

Qui sotto potete sfogliare le prime pagine del libro, da cui salta subito all’occhio che, come in Il blu è un colore caldo, anche in Skandalon c’è un colore dominante, e questa volta è il rosso.

L’arte di vivere in difesa di Chad Harbach

chad-harbach-larte-di-vivere-in-difesa-L-EWZhurUna storia ambientata nel mondo del baseball? No, non si può reggere. Però, però. Vi ricordate Ragazze vincenti, quel film che abbiamo visto tutti perché nel cast c’è Madonna? Alla fine è una bella storia, nonostante il baseball. Ecco, L’arte di vivere in difesa, romanzo su un talento del baseball, è una storia ancora più bella — ma non c’è Madonna.

Il protagonista, Henry Skrimshander, è il classico ragazzo che verrebbe definito, secondo gli standard classici, uno sfigato. Senza grandi qualità, Henry ha però un gigantesco talento nel fare qualcosa di fondamentale in questo benedetto giuoco del baseball. Grazie a questo talento, può abbandonare il micromondo contadino in cui è cresciuto per approdare al Westish, vivace college sul lago Michigan. A fargli da mentore, Mike Schwartz, un ragazzone con una gloriosa carriera sportiva ma dal futuro incerto. La parte interessante arriva, però, quando Henry conosce il suo compagno di stanza, Owen, anche lui giocatore di baseball e gay schietto e orgoglioso. Con la sua bellezza esotica e i modi sfrontati, Owen fa crollare tutte le certezze di Guert Affenlight, rettore dell’università ed etero convinto di mezz’età. Contro ogni pronostico, tra Owen e Guert nasce un bel rapporto daddy guastato dal fatto che il rettore non vuole dichiararsi per tutte le rogne che il gesto comporterebbe. Tra l’altro il rettore Affenlight ha un’altra grana tra le mani, cioè la figlia Pella, piombata a Westish dopo un matrimonio finito male e in preda a una specie di crisi esistenziale.

In realtà tutti i personaggi di questo romanzo corale affrontano una crisi da cui devono, in qualche modo, coveruscire. L’arte di vivere in difesa affronta un tema che spesso — forse troppo — viene trattato nei romanzi americani: il terrore del fallimento, dell’ascesa interrotta, dei talenti sprecati, delle scelte sbagliate. La paura di non avere successo, o di non volerlo neanche, si presenta sotto varie forme: Henry diventa brocco, Schwartz si deprime, Pella si diverta a fare la sguattera etc. Sarà il solito evento drammatico a tirare le fila del racconto e dare una svolta alle vite dei protagonisti. L’arte di vivere in difesa, a fronte di ottimi personaggi e uno stile puntuale ed equilibrato, ha infatti un solo difetto: è un po’ troppo leccato, preciso, a volte al limite del  prevedibile. Non che sia un grande difetto, perché alla fine del giro i meccanismi scattano tutti al momento giusto e l’interesse nei confronti di questi personaggi e delle loro sfighe non viene mai meno. E il baseball non è poi così invadente. La cosa più riuscita dell’Arte di vivere in difesa è la furbizia con cui si rivolge ai lettori di ogni fascia d’età nonostante sia un romanzo di formazione; crescere e maturare, a dispetto di quello che si vuol far credere, forse non è solo una faccenda che si esaurisce nel passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta — come accade a Henry — ma continua, sempre, anche nelle altri fasi della vita, anche a sessant’anni. Che fatica, eh?